In breve
  • Su dieci anni fa peggio del proprio indice di riferimento oltre il 90% dei fondi azionari attivi in euro: il 98% dei globali (SPIVA Europa, fine 2025).
  • Il motivo principale è il costo: in media l'1,3-1,4% l'anno nella UE e intorno al 2% per i fondi domiciliati in Italia (ESMA), contro lo 0,05-0,30% di un ETF equivalente.
  • Allo sportello si propongono spesso anche perché remunerano chi li colloca: quando un fondo paga retrocessioni, valgono in media il 45% dei costi correnti (ESMA).

Quando un medico mette da parte qualcosa e va in banca a chiedere "come lo investo?", spesso esce con un fondo comune di investimento: è fra i prodotti che la banca propone per primi. Vale la pena capire perché, e perché per te quasi mai è la soluzione più conveniente.

Un fondo comune raccoglie i soldi di tanti risparmiatori e li affida a un gestore, che decide quali titoli comprare cercando di "battere il mercato". L'idea suona bene. Il problema sono tre cose che, messe insieme, lavorano contro di te: i costi alti, la difficoltà reale di battere il mercato, e il conflitto di interessi di chi te lo vende. Le vediamo una per una.

Cos'è un fondo comune, in breve

È uno strumento di gestione "attiva": un gestore professionista sceglie attivamente i titoli (azioni, obbligazioni) in cui investire, comprando e vendendo nel tempo, con l'obiettivo di ottenere un rendimento migliore di quello del mercato di riferimento. Quel mercato di riferimento si chiama benchmark (per esempio l'indice delle grandi aziende mondiali). Per questo lavoro di gestione, il fondo applica delle commissioni ogni anno.

La differenza con un ETF è proprio questa: l'ETF non cerca di battere il mercato, si limita a copiarlo al costo più basso possibile. Il fondo comune ci prova, ma te lo fa pagare caro.

Problema 1: i costi

È il punto più importante, perché è l'unico certo. Il rendimento futuro nessuno lo conosce; il costo, invece, lo paghi con certezza ogni anno, che il fondo vada bene o male.

Secondo l'ESMA, i fondi azionari attivi venduti ai risparmiatori costano in media l'1,3-1,4% all'anno nella UE (costi correnti 2024) e intorno al 2% se domiciliati in Italia, fra i più cari d'Europa; negli esempi di questa pagina usiamo l'1,5%. È il TER (Total Expense Ratio), cioè il costo annuo ricorrente del prodotto, a cui vanno aggiunte, quando ci sono, le commissioni di ingresso e di uscita, quelle di performance e i costi di transazione interni. È il dato che emerge dai report periodici dell'ESMA, l'autorità europea dei mercati finanziari, sui fondi destinati ai risparmiatori. Un ETF equivalente costa tra lo 0,05% e lo 0,30%. Sembra una differenza piccola: è invece enorme, perché agisce ogni anno e si accumula.

Stesso capitale, stesso mercato: quanto ti resta dopo 30 anni ETF, costo 0,2% l'anno ~54.000 € Fondo comune, costo 1,5% l'anno ~37.500 € Quello che ti resta In commissioni: ~17.000 €
Ipotesi: 10.000 € investiti per 30 anni con un rendimento lordo del 6% annuo. L'unica differenza fra i due casi è il costo del prodotto: 0,2% l'anno per l'ETF, 1,5% l'anno per il fondo comune. Quello che se ne va in commissioni vale circa 17.000 €.

Stesso capitale, stesso mercato, stesso periodo: l'unica differenza è il costo del prodotto, e si porta via circa un terzo di quello che avresti potuto avere. Su somme più grandi o periodi più lunghi, il divario cresce ancora.

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Problema 2: battere il mercato è molto raro

Il fondo comune giustifica i suoi costi con una promessa: "il nostro gestore farà meglio del mercato". I dati dicono che quasi mai accade.

Le rilevazioni indipendenti che da anni confrontano i fondi attivi con il loro benchmark (le più note sono i report SPIVA di S&P) mostrano un quadro costante: su un orizzonte di dieci anni oltre 9 fondi azionari su 10 fanno peggio del proprio indice di riferimento. Fra quelli in euro, a fine 2025, è andato peggio dell'indice il 93% dei fondi sulle azioni italiane e il 98% dei globali. Non per un anno sfortunato: in modo sistematico, decennio dopo decennio.

Fondi che fanno peggio dell'indice in 10 anni fondi attivi in euro, dati a fine 2025 Azionari globali 98,4% Azionari USA 98,2% Azionari europei 97,0% Azionari italiani 93,5% Azionari emergenti 90,9%
Fonte: S&P Dow Jones Indices, SPIVA Europe Scorecard Year-End 2025, Report 1a (rendimenti assoluti, fondi denominati in euro). Pagare per la gestione attiva significa, quasi sempre, pagare di più per ottenere di meno del semplice indice.

Il motivo è in gran parte proprio il costo. Un gestore può anche essere bravo, ma deve prima recuperare l'1,5% di commissioni che si porta via ogni anno, solo per pareggiare un ETF che costa lo 0,2%. È una corsa con uno zaino pieno di sassi: qualcuno la vince, ma scommettere in anticipo su quale sarà è quasi impossibile.

Il punto chiave

Non stai pagando l'1,5% per avere un rendimento migliore. Statisticamente, stai pagando l'1,5% per avere, nella maggior parte dei casi, un rendimento peggiore di quello che otterresti copiando semplicemente il mercato a basso costo.

Problema 3: il conflitto di interessi di chi te lo vende

Resta la domanda più scomoda: se i fondi comuni costano tanto e raramente battono il mercato, perché la banca te li propone in continuazione? La risposta è nel modo in cui la banca guadagna.

Quando ti vende un fondo, una parte delle commissioni che paghi ogni anno torna indietro alla banca o alla rete che te l'ha collocato. Si chiamano retrocessioni: in pratica, il tuo consulente allo sportello è remunerato in funzione dei prodotti che ti fa sottoscrivere. Più il prodotto costa a te, più tende a rendere a chi te lo vende.

Questo spiega due cose che capita di notare senza capirle: perché in banca ti propongono più volentieri fondi costosi che ETF a basso costo (sui quali la banca guadagna solo la commissione dell'ordine), e perché ogni tanto ti chiamano per "spostare" l'investimento in un nuovo prodotto. Non è necessariamente malafede del singolo impiegato: è il sistema di incentivi in cui lavora. Ma per te il risultato non cambia.

Cosa fare adesso

  1. Controlla cosa hai già in portafoglio

    Se hai investimenti tramite la banca, recuperali insieme al resto nel tuo bilancio patrimoniale e cerca la voce "spese correnti" (il TER) di ogni prodotto, riportata nel documento informativo. È il primo numero da conoscere: ti dice quanto ti costa ogni anno.

  2. Confronta con l'alternativa a basso costo

    Per la maggior parte degli obiettivi, un ETF azionario globale o un fondo indicizzato fa lo stesso lavoro di un fondo attivo, a una frazione del costo. La differenza, su decenni, vale decine di migliaia di euro.

  3. Diffida di chi guadagna dal prodotto che ti consiglia

    Se chi ti propone un investimento viene pagato in base a cosa ti vende, il consiglio non è neutrale: lo stesso meccanismo spiega buona parte delle polizze proposte ai medici. Un consulente indipendente (che paghi a parcella, non tramite retrocessioni) ha invece interesse a tenerti i costi bassi.

Domande frequenti

Quanto costa in media un fondo comune azionario rispetto a un ETF?

Un fondo comune azionario attivo costa in media l'1,3-1,4% all'anno nella UE e intorno al 2% se domiciliato in Italia, secondo l'ESMA, misurato dal TER, cioè il costo annuo ricorrente del prodotto, a cui possono aggiungersi commissioni di ingresso, di uscita e di performance. Un ETF equivalente costa invece tra lo 0,05% e lo 0,30% all'anno. La differenza sembra piccola ma agisce ogni anno e si accumula nel tempo.

I fondi comuni a gestione attiva riescono a battere il mercato?

Quasi mai. Le rilevazioni indipendenti, come i report SPIVA di S&P, mostrano che su un orizzonte di dieci anni oltre 9 fondi azionari su 10 fanno peggio del proprio indice di riferimento: fra quelli in euro, a fine 2025, il 98% dei globali. Non si tratta di un anno sfortunato, ma di un risultato sistematico decennio dopo decennio.

Perché la banca mi propone fondi comuni e non ETF?

Quando ti vende un fondo, una parte delle commissioni che paghi ogni anno torna alla banca o alla rete che te l'ha collocato: si chiamano retrocessioni. Sugli ETF la banca guadagna solo la commissione dell'ordine, quindi tende a non proporli. Non è necessariamente malafede del singolo impiegato, ma il sistema di incentivi in cui lavora.

Guide correlate

Fonti

  • S&P Dow Jones Indices, Report SPIVA, SPIVA Europe Scorecard Year-End 2025 (19 marzo 2026), Report 1a: quota di fondi in euro peggiori del benchmark su 10 anni (globali 98,44%, USA 98,22%, europei 97,02%, Italia 93,48%, emergenti 90,88%); confronto periodico tra fondi a gestione attiva e i rispettivi benchmark.
  • ESMA, Costs and Performance of EU Retail Investment Products 2025 (marzo 2026): costi correnti dei fondi azionari attivi 1,28-1,39% nella UE (2024), fondi domiciliati in Italia fra i più cari (intorno al 2%), retrocessioni pari in media al 45% dei costi correnti quando pagate.
  • CONSOB: Sezione "Educazione finanziaria" su fondi comuni, costi e gestione attiva vs passiva.
  • Direttiva MiFID II (2014/65/UE): disciplina della trasparenza dei costi e degli incentivi (retrocessioni) nel collocamento di prodotti finanziari.

Le percentuali di costo e i dati sulla performance citati sono ordini di grandezza basati su rilevazioni di settore e possono variare per prodotto, mercato e periodo. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri. Questo articolo ha finalità divulgative e non costituisce consulenza finanziaria, fiscale o di investimento personalizzata.